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Che la condizione femminile sia decisamente cambiata negli ultimi 150 anni, almeno in occidente, è innegabile. 

Oggigiorno nessuno, almeno a voce alta, si sognerebbe mai di dire che una donna valga meno di un uomo o che non abbia i medesimi diritti.

Volendo malamente sintetizzare, azzarderei che il femminismo ha raggiunto un primo obiettivo, quello dell'uguaglianza, ma ha fallito quello dell'equità, dimenticando che uomini e donne devono avere gli stessi diritti. Ma non sono uguali.

Su questa indubbia diversità inoltre, per millenni si è sviluppata una storia che ha visto quasi sempre il sesso femminile subalterno a quello maschile ( il che spiega le rivendicazioni femministe), ancora predominante in molte aree del mondo. Ma che in qualche modo condiziona ancora ancora fortemente anche noi, anche se spesso non ce ne accorgiamo.

Ma lungi da me farne una disquisizione psicologica o sociologica, non ne ho né l'autorevolezza né le competenze.

Quello per cui ho invece le competenze è lanciare un segnale di allarme per quello che mi compete : in linea di massima il benessere finanziario per le donne è più difficile da raggiungere e mantenere rispetto agli uomini. 

I motivi? 

  • Le donne accedono con maggiore difficoltà al mondo del lavoro, nonostante il 60% dei laureati sia donna, abbiano medie e curriculum migliori, lavorano il 69,5% degli italiani  contro il 51,4% delle italiane.;
  • hanno con molta più frequenza assunzione con contratti non tipici e part-time non volontari;
  • In media guadagnano il 20% in meno degli uomini a parità di mansioni, ( ed in questo caso la differenza è più elevata tanto più elevata è la qualifica e quindi la retribuzione);
  •  accedono molto meno a livelli alto-dirigenziali;
  • le donne tra i 25 e i 49 anni risultano occupate nel 73,9% dei casi se non hanno figli mentre lo sono nel 53,9% se hanno almeno un figlio di età inferiore ai 6 anni .

A questo si aggiunge :

  • un maggior ricorso volontario ad orari di lavoro ridotto per le madri lavoratrici rispetto ai padri;
  • in caso di familiari malati o con disabilità ( genitori e/figli) , il ruolo di caregiver a titolo gratuito è assolto al 70% dalle donne. Con conseguente riduzione di orari, de-mansionamenti o la rinuncia al posto di lavoro.
  • la maggiore discontinuità lavorativa, la minore retribuzione, gli orari ridotti, l'abbandono temporaneo o prematuro della posizione lavorativa si traducono in un minore accumulo contributivo. Con trattamenti pensionistici mediamente più bassi.

In attesa che la società evolva, abbandonando l'uguaglianza a favore dell' equità, cosa possiamo fare per prenderci cura di noi stesse o per dare qualche buon consiglio alle nostre figlie? 

Innanzi tutto dovremmo evitare di cadere, noi per prime, in alcuni stereotipi di genere. Anche nella mia ormai trentennale esperienza non ho potuto fare a meno di notare che la gestione del patrimonio e degli investimenti è quasi sempre delegata all'uomo mentre è appannaggio delle donne la gestione delle spese familiari e domestiche. E che sono molte di più le donne che affermano di non capirci niente di investimenti rispetto agli uomini. Sinceramente non vedo alcuna altra motivazione che, appunto, l'abitudine a pensarla in questo modo.

Eppure sono proprio le donne quelle più attente all'uso del denaro per obiettivi di vita , l'acquisto dell'abitazione, il tenore di vita della famiglia, lo studio dei figli, le coperture dei rischi. Tutte caratteristiche che ne farebbero delle ottime investitrici, poco propense  ai rischi speculativi ed orientate al lungo termine.  Perché non sfruttare queste caratteristiche, che sembrerebbero innate, per almeno condividere tutte le scelte?

Inoltre le legittime scelte di non lavorare per dedicarsi alla casa e alla famiglia, le eventuali riduzioni di orario , sospensioni o aspettative all'arrivo di figli o per altre esigenze familiari, dovrebbero essere oggetto di accordi ben chiari, che escludano la sensazione di essere in qualche modo "debitrici" del partner. 

A puro titolo di esempio, in moltissimi casi le donne che decidono di dedicarsi al lavoro domestico ricevono una sorta di "mensile" per le spese di casa, senza avere alcun accesso al conto del marito/compagno. Questo crea già in partenza una grossa disparità , anche se il budget dovesse essere generoso. Proprio perché basato su una fortissima asimmetria di controllo. Inoltre raramente per chi decidesse di non lavorare vengono previste adeguate coperture assicurative e previdenziali. Questo pone troppo spesso in una condizione di dipendenza inaccettabile.

Anche eventuali importanti differenze di reddito, nell'ambito familiare, andrebbero compensate, cosa che accade raramente, almeno nella mia esperienza. Nella migliore delle ipotesi, ognuno dei due componenti della coppia ha un suo conto personale e un conto comune dove vengono dirottati dei bonifici di pari importo per la copertura delle spese di casa . Ma se le differenze sono, temporaneamente o stabilmente molto elevate? Anche questo aspetto dovrebbe rientrare negli accordi : se la gestione della famiglia ha un costo ipotetico di 2.000 euro al mese, questo costo non può ( e non deve) gravare in ugual misura su un reddito da 1.500 euro rispetto ad esempio ad uno da 4.000.  E questo aspetto andrebbe valutato con attenzione anche per quanto riguarda l'assunzione di debiti o obblighi di garanzia ( mutui, prestiti, affidamenti, finanziamenti), la modulazione di coperture assicurative,  la creazione di un piano previdenziale egualitario.

Nuovamente solo secondo la mia esperienza, discorsi di questo genere trovano resistenza anche tra le donne. Trattare gli aspetti economici dell'amore, dire no alle persone che pensiamo abbiano bisogno di noi, avanzare delle legittime pretese di equità nei confronti di chi abbiamo vicino, la percepiamo come una forzatura. Ci scatena sensi di colpa, ci fa sentire meno mamme, mogli, compagne, figlie, sorelle. Siamo abituate a prenderci cura degli altri trascurando noi stesse. Il risultato è che rischiamo di perpetuare una cultura nella quale abbiamo sempre il ruolo delle vittime.


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